La scuola può davvero offrire un progetto educativo universalmente valido e funzionale per
tutti i ragazzi? Come stiamo plasmando le menti dei giovani per prepararli alla vita adulta?
Se vivessimo in una società ideale, con rapporti sociali perfetti, il problema non si porrebbe.
La scuola andrebbe benissimo così. Ma la realtà è ben diversa. È imperativo agire perché i
problemi come la solitudine, l’isolamento e l’abuso del telefonino esistono e devono essere
affrontati con urgenza. È necessario un cambiamento di rotta, o quantomeno un movimento
iniziale, per valutarne l’impatto positivo sulle loro vite.
Sono convinto che i docenti operino in buona fede, ma sono realmente supportati nel loro
compito? Le procedure come le riunioni di dipartimento, di sostegno, le circolari e i consigli
di classe straordinari sono strumenti sufficienti per aiutarli a intervenire efficacemente sulle
problematiche giovanili? Con tutto il rispetto, tali problemi sono forse più cruciali del
programma didattico.
In quest’ottica, appare particolarmente meritevole l’iniziativa dell’educazione sentimentale,
già intrapresa da alcune scuole di Genova: un progetto sperimentale, esteso a quattro
scuole comunali, mirato a educare i bambini dai 3 ai 6 anni all’affettività. Chiaramente
orientato alla prevenzione della violenza di genere, il progetto si avvale di personale
altamente qualificato (psicologi, educatori, pedagogisti) per insegnare il fondamentale
rispetto dell’altro.
Il mio apprezzamento per queste iniziative vuole porre l’attenzione sulla necessità di un
cambio culturale più ampio e strutturale: la scuola ha il dovere di equipaggiare bambini e
ragazzi per affrontare la complessità del mondo in cui vivono. Introdurre lezioni focalizzate
su temi emergenti e adottare modalità di lavoro in gruppo non è un’opzione, ma un passo
assolutamente irrinunciabile per una didattica contemporanea.
Se l’introduzione di temi come la violenza di genere o l’identità transgender suscita reazioni
di disagio, venendo talvolta associata a una forma di imposizione ideologica, è lecito
domandarsi: non lo è forse anche la trasmissione acritica sulla storia, geografia o diritto?
Certamente non voglio sminuire l’importanza di fornire ai ragazzi una solida cultura di base.
Tuttavia, in un modello puramente trasmissivo, la voce degli studenti viene compressa e le
loro richieste non trovano ascolto. La scuola superiore deve, perciò, evolvere: proponendo
nuove materie e temi di stretta attualità e, soprattutto, offrendo ai ragazzi gli strumenti per
farsi un’idea autonoma sul mondo che li circonda, dando spazio al confronto e alle loro istanze.
Viviamo in un periodo storico caratterizzato da una diffusa solitudine, dove l’interazione è
spesso mediata e limitata allo schermo del telefono, fin dalla tenera età.
Per questo motivo, un’iniziativa come quella di Genova, che mira a educare alla presenza dell’altro e a promuovere un rapporto corretto tra pari, è quanto mai lodevole. Essa risponde a un bisogno cruciale: aiutare i bambini a sviluppare una socializzazione sana e inclusiva, un compito che per le nuove generazioni è diventato estremamente complesso.