La storia della famiglia residente nel bosco di Palmoli, innescata da un evento di emergenza (intossicazione da funghi), ha posto all’opinione pubblica una questione molto importante: la scelta educativa dei genitori. L’istruzione parentale (homeschooling), pur essendo una scelta educativa riconosciuta, porta spesso con sé l’accusa di negare il diritto ad una vita sociale dei minori da parte dei genitori. La vicenda di Palmoli ci costringe quindi a confrontarci con un grande paradosso della società contemporanea.
La scelta soggettiva di vivere in isolamento, lontani da un modello sociale percepito da molti come invasivo o tossico, viene considerata una negazione di un diritto e una causa di pregiudizio per i minori. Il paradosso è che il diritto di socializzare è l’obbligo di socializzare. Perennemente connessi, esposti e giudicati sui social media per non sentirci isolati. Uno scenario più dannoso dell’isolamento, trasformandosi sempre in una pressione costante.
Affidando i figli ai servizi sociali, nel caso di Palmoli viene implicitamente legittimato un diritto/obbligo sociale (vivere sempre a contatto con gli altri) e, contestualmente, viene vietata e criminalizzata una libera scelta (vivere in isolamento per proteggersi da una società percepita come tossica).
L’angoscia che assale l’individuo “conforme”, come me, quando prova a isolarsi, è sintomo di un condizionamento sociale profondo. Il bisogno compulsivo di controllare e-mail o messaggi non è libero arbitrio, ma la risposta a un’educazione alla connessione. Inizia da strumenti come il registro elettronico a scuola, prosegue con i gruppi whatsapp e via così. La scuola obbliga studenti e famiglie a una reperibilità quotidiana. Quindi si parte presto.
È profondamente ingiusto equiparare il diritto a una vita sociale all’obbligo di una costante connessione alla rete. Aver affidato i bambini della famiglia nel bosco ai servizi sociali, anche in virtù del loro isolamento, rafforza un messaggio univoco e totalizzante: “Non puoi vivere fuori da Matrix”.