La Prescrizione in Psicoterapia

La prescrizione in psicoterapia è intesa come l’atto di prescrivere, alla fine della seduta, un comportamento, una pratica o un’attività. La prescrizione è finalizzata a provocare un cambiamento nel comportamento del paziente o della famiglia del “paziente designato”1.

La prescrizione è un concetto che ha origini in vari approcci psicologici, ma ha trovato una sua definizione più precisa e discussioni accademiche soprattutto nella psicoterapia familiare e nella terapia strategica.

Milton Erickson2 è considerato uno dei pionieri nell’uso della prescrizione nell’ipnoterapia. Erickson utilizzava tecniche di prescrizione in modo creativo per favorire cambiamenti nei suoi pazienti, incoraggiandoli a impegnarsi in comportamenti specifici. Jay Haley3, influenzato da Erickson, ha integrato la prescrizione all’interno della terapia strategica. Paul Watzlawick4 ha contribuito a definire e descrivere l’uso della prescrizione e delle interazioni comunicative nella terapia sistemica. Virginia Satir ha utilizzato tecniche di prescrizione nel contesto della modifica dei comportamenti familiari e comunicativi. Mara Selvini Palazzoli5 ha integrato l’uso della prescrizione nel trattamento di famiglie con pazienti psicotici.

La prescrizione mira a vari scopi:

  • Costruire una cornice di contesto terapeutico;
  • Provocare nella famiglia una retroazione che illumini sulla disponibilità e sulla motivazione della famiglia a un eventuale trattamento;
  • Delimitare un campo di osservazione;
  • Strutturare e disciplinare la seduta successiva.

Talvolta, infatti, mostrare all’individuo o alla famiglia quanto accade, cioè il metacomunicare (comunicare sulla comunicazione) su certi comportamenti ricorrendo allo strumento verbale, può portare a manifestazioni di stupore, negazioni o squalifiche. Invece una prescrizione “semplice e ben dosata”, ispirata dalle ridondanze osservate in seduta, permette di evitare una connotazione critico-moralistica, con le conseguenti squalifiche, e di ridefinire il rapporto come terapeutico.

Ricevendo una prescrizione, i membri della famiglia saranno costretti, nella seduta seguente, a riferire ai terapeuti in merito all’esecuzione della prescrizione stessa.

Per fare un esempio di prescrizione, cito Mara Selvini5 (2003, p. 64-65):

“Si tratta della prima seduta con una famiglia di tre persone, i genitori e una bambina di 10 anni presentante un comportamento psicotico iniziato all’età di tre anni e mezzo. La bambina, nonostante tre anni di regolare frequenza in una scuola speciale, non aveva ancora potuto essere ammessa alla prima classe elementare. Durante quella prima seduta i terapeuti osservarono un fenomeno ripetitivo. Se essi facevano alla bambina delle domande, la madre immediatamente rispondeva per lei. Senza che i terapeuti avessero formulato alcun rilievo, i genitori spontaneamente spiegarono che la bambina non poteva rispondere perché non sapeva costruire frasi: pronunciava soltanto parole isolate. Alla fine della seduta i terapeuti consegnarono a ciascuno dei genitori un quadernetto con la seguente prescrizione: durante la settimana successiva, i genitori dovevano scrivere con la più grande esattezza, ciascuno sul proprio quadernetto, tutte le espressioni verbali della bambina. Dovevano prestare estrema attenzione per non dimenticare nulla. Una sola omissione avrebbe potuto nuocere al lavoro terapeutico. Tale prescrizione mirava a vari scopi:

  • accertare la disponibilità dei genitori di fronte alla prescrizione;
  • permettere alla bambina un’esperienza nuova, quella di essere ascoltata e di riuscire eventualmente a completare delle frasi (dato che i genitori, tutti intenti a scrivere, non potevano interromperla);
  • apportare ai terapeuti dati importanti;
  • strutturare la seduta seguente sulla lettura dei quadernetti, evitando così di cadere nel chiacchiericcio e nella ripetizione.

Riferiamo, per inciso, questo seguito incredibile. Nella seconda seduta si lessero sul quadernetto tenuto dalla madre frasi complete anche se elementari. Ma sul quadernetto tenuto dal padre, questi lesse una frase per noi stupefacente, in paragone al comportamento ebete tenuto dalla bambina in seduta. Tale frase risultò pronunciata dalla bambina mentre si trovava sola col padre in automobile: Papà, spiegami, anche i trattori hanno la frizione? Tuttavia, con nostro ancor più grande stupore, il padre accompagnò la lettura di quella frase con mesti scuotimenti del capo e infine chiuse di botto il quadernetto fissandoci con aria smarrita e sussurrando in tono di mistero: …ma guardino cosa va a dire questa bambina… quasi si trattasse della frase più inequivocabilmente indicativa della sua follia.” Tutto ciò deve portare la famiglia e i terapeuti a riflettere sui comportamenti e sulle retrazioni ridondanti che sono alla base del comportamento disturbato del paziente designato e scatenare un cambiamento.

La prescrizione funge da messaggio subliminale alla famiglia o al paziente, volto a modificare un certo comportamento, atteggiamento o credenza. L’utilità maggiore della prescrizione sta nel riuscire a superare le difese che frequentemente “scattano” nel momento in cui il terapeuta prova, semplicemente, a verbalizzare una sua osservazione.

Il concetto di “prescrivere il sintomo” appartiene principalmente all’ambito della terapia breve strategica, un approccio terapeutico che trova le sue radici sulla Pragmatica della Comunicazione Umana di Paul Watzlawick, sviluppata da Giorgio Nardone. Questa tecnica si basa sull’idea che il sintomo, cioè il comportamento problematico manifestato dal paziente, possa essere utilizzato come parte del processo terapeutico stesso.

La prescrizione del sintomo è una strategia in cui il terapeuta invita il paziente a intensificare o ripetere il comportamento sintomatico. Questo processo è spesso portato avanti in modo paradossale; cioè, si offre al paziente l’opportunità di “controllare” il proprio sintomo.

L’obiettivo non è che il paziente continui a vivere la sua difficoltà, ma piuttosto aiutarlo a prendere coscienza del sintomo stesso, modificando la sua relazione con esso. Questa strategia può portare il paziente a esplorare le dinamiche sottostanti e a trovare nuove soluzioni.

Quando il paziente è invitato paradossalmente a “prescrivere” il sintomo, si rompe la resistenza. Questo approccio mira a far sì che il paziente assuma un atteggiamento di sfida verso il proprio problema, contribuendo a un cambiamento spontaneo nella sua condizione.

La prescrizione del sintomo è un approccio innovativo e paradossale che mira a trasformare la relazione del paziente con il proprio sintomo, promuovendo così il cambiamento e la risoluzione delle problematiche psicologiche. Questo metodo può essere particolarmente utile in situazioni dove le strategie tradizionali possono risultare inefficaci o dove è necessario stimolare una riflessione profonda e creativa nel paziente.

  • 1 S. Minuchin, Famiglie e Terapia della Famiglia, Astrolabio, 1976
  • 2 M. Erickson, Tecniche di Suggestione Ipnotica, Astrolabio, 1979
  • 3 J. Haley, Terapie non Comuni, Astrolabio, 1976
  • 4 P. Watzlavick, Pragmatica della Comunicazione Umana, Astrolabio, 1971
  • 5 M. Selvini Palazzoli, Paradosso e Controparadosso, Astrolabio, 2003

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