Sono numerosi i casi in psicoterapia in cui il paradosso si manifesta nella relazione tra terapeuta e paziente. È fondamentale che un buon terapeuta conosca queste dinamiche e sia in grado di intervenire, anche tramite prescrizioni paradossali, poiché ciò incide notevolmente sull’efficacia del trattamento.
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Indice
- Analogie con il Paradosso di Russell
- Il Paradosso in Terapia Familiare
- Non Colludere!
- Prescrizioni Paradossali
Analogie con il Paradosso di Russell
Vi è un’interessante analogia tra il paradosso di Russell e la dinamica relazionale in psicoterapia e nei sistemi familiari.
Il paradosso di Russell emerge dalla teoria degli insiemi e illustra una contraddizione che si verifica quando si considera l’insieme di tutte le classi che non appartengono a sé stesse. Questo porta a una situazione paradossale: se l’insieme stesso appartiene a sé, allora non dovrebbe, e viceversa. Provo a spiegarlo chiaramente:
Tutte le classi (es. la classe “casa”, che contiene tutte le case) non appartengono a sé stesse (come la classe “casa” che non è a sua volta una casa!). Allora è possibile creare una classe, che chiamerò “Tutte le classi che non appartengono a sé stesse”. Ma la classe “Tutte le classi che non appartengono a sé stesse”, appartiene invece a sé stessa, all’insieme cioè (la classe) di tutte le classi che non appartengono a sé stesse, al contrario di tutte le altre. Ma una classe non può far parte (appartenere) agli elementi della classe stessa, come ho dimostrato precedentemente. Questo è un paradosso.
Contraddizioni
Il sistema terapeutico (terapeuta e paziente) non può essere analizzato nè escluso senza cadere in contraddizione. Il terapeuta è parte del sistema, che non può ignorare; ma le proprie emozioni, reazioni e percezioni non possono essere percepite (meta-analisi) fori dal sistema stesso senza contraddire il fatto che le sue stesse emozioni influenzano il modo di percepire la relazione terapeutica.
Anche i sistemi familiari operano su una logica di contraddizione. Ogni membro della famiglia influisce sugli altri (retroazione). Un tentativo di analizzare, e verbalizzare agli altri familiari (la famiglia come un’entità separata) ignora come le interazioni e le relazioni influenzano i partecipanti quando tentano di analizzare la famiglia stessa. Analizzare la famiglia per un familiare, verbalizzare le interazioni, è in realtà una pura semplice retroazione.
Proprio come il paradosso di Russell mette in discussione il modo in cui definiamo insiemi e classi, non è possibile considerare, nè escludere la classe del sistema in cui il terapeuta, il paziente e il contesto si influenzano reciprocamente. Se fosse possibile analizzare il setting terapeutico obiettivamente, pur facendone parte, potremmo comprendere chiaramente “la classe di tutte le classi che non appartengono a sè stesse”.
Problemi Epistemologici
L’analisi di un sistema che contiene il proprio analista può generare confusione dovuta ai livelli di auto-riferimento. Il limite della conoscenza del terapeuta sta nel dover tenere conto di come le proprie esperienze e interpretazioni influenzano l’analisi, senza poter conoscere realmente il contesto stesso dell’analisi a cui fa parte. Essere comunque consapevoli di queste dinamiche auto-riferite è essenziale per una pratica terapeutica efficace.
Il Paradosso in Terapia Familiare
Per comprendere i paradossi familiari è fondamentale il concetto di “doppio vincolo“, che si basa sull’interazione di due livelli nella comunicazione: il livello logico, legato alla razionalità, e il livello analogico, connesso alla gestualità, al corpo e alle tonalità vocali. Quando questi due livelli si contraddicono, si genera una situazione paradossale in cui chi riceve il messaggio si sente confuso e indeciso su a quale livello attribuire valore (Bateson, 1972).
Un semplice esempio può essere una madre che dice al figlio: “Esci pure e vai a divertirti! Rimango volentieri da sola”, mentre manifesta con il volto, il tono della voce e i gesti sofferenza, o astio, o un senso di vuoto indecifrabile.
Le punteggiature comunicative, come in esempio, non esistono in modo isolato: ogni membro della famiglia influisce sugli altri ed è da essi influenzato. Questo principio si basa sul terzo assioma della comunicazione umana (Watzlawick, 1971), che evidenzia la punteggiatura delle interazioni: non esiste un “motore immobile” all’origine di tutti i comportamenti e non è possibile studiare un comportamento in modo isolato.
Una punteggiatura comunicativa fa parte di una relazione, ed il doppio vincolo nelle relazioni emerge, ad esempio in un partner che non vuole abbandonare un atteggiamento di presunzione, sperando di essere l’unico legittimato a controllare la relazione. Può per esempio affermare: “Hai ragione tu”, comunicando al contempo svalutazione.
I membri di famiglie paradossali possono addirittura auto-squalificarsi o qualificarsi come “non esistenti”, giungendo ad una vittoria costruita sulla propria squalificazione rispetto alla relazione, prima che gli altri lo facciano (Selvini Palazzoli, 1975). Ad esempio, non rispondere alle domande, o rispondere alla domanda: “Cosa vuoi per cena?” squalificandosi o manifestando assenza (sovrappensiero).
In questa maniera il comunicante, ma tutti i membri di famiglie paradossali, tenta di controllare la famiglia e le sue relazioni, assumendosi quindi l’onere e la responsabilità sacrificale della condizione di un sistema (la famiglia) che, invece, lo sta manipolando.
Nelle famiglie, le relazioni servono a mantenere le regole stabilite, contribuendo all’equilibrio (omeostasi) nella famiglia. Perciò nessuno deve essere ritenuto colpevole o responsabile: la patologia è nel sistema.
Spesso attraverso sintomi come la depressione, la schizofrenia, o disturbi alimentari, si può manifestare un disperato bisogno di controllo della famiglia comunicando: “Che peccato! Volevo tanto che mi aiutaste, ma neanche stavolta ce l’avete fatta. Ma forse, se ci ritentate…”. Anche lo psicologo è coinvolto in queste dinamiche, se non attua un’attenta analisi della domanda (Carli, 2003).
Ad esempio, se il terapeuta ingenuamente consiglia ai genitori di non opprimere un ragazzo coinvolto in crisi adolescenziali, tentando di valorizzarlo nel suo comportamento, i genitori possono squalificare il terapeuta o il ragazzo, e il ragazzo rischia di deprimersi ancor più perché sente di non riuscire a farcela.
La soluzione sta nell’affermare, durante la terapia, che il paziente designato (Minuchin, 1976) non è vittima di nessuno, ma ha spontaneamente, e senza che nessuno glielo abbia chiesto, accettato il generoso incarico di sacrificare sé stesso per aiutare tutti, in ciò che sono i presunti bisogni del sistema familiare nel mantenimento del suo equilibrio.
Bibliografia
- G. Bateson, Verso un’ecologia della mente, Adelphi, 1972;
- P. Watzlawick, Pragmatica della Comunicazione Umana, Astrolabio, 1971;
- M. Selvini Palazzoli, Paradosso e Controparadosso, Astrolabio, 1975;
- S. Minuchin, Famiglie e terapia della Famiglia, Astrolabio, 1976;
- R. Carli, R.M. Paniccia, Analisi della Domanda, Il Mulino, 2003.
Non Colludere!
Colludere in psicologia significa condividere la simbolizzazione affettiva di un contesto da parte di chi a quel contesto partecipa. Ogni relazione sociale, anche quella che definisce un setting psicologico, si basa sulla collusione.
Nell’ambito dell’analisi della domanda in psicologia, il paradosso dello psicologo è vivere una dinamica collusiva con il cliente, quanto tanto evitare la collusione.
Agire senza un’adeguata analisi della domanda implica per lo psicologo un’azione priva di riflessione sulle fantasie collusive sia del cliente che del professionista.
Tale analisi rappresenta la costruzione della committenza, ovvero l’opposto di colludere con chi desidera, ad esempio, che lo psicologo si concentri solo sul paziente designato o sulla problematica come viene inizialmente presentata. È fondamentale aiutare chi pone la domanda a prendere consapevolezza sulla committenza della stessa, evitando che anche lo psicologo agisca sulla base di fantasie collusive. Si tratta quindi di vivere paradossalmente sia la situazione di richiesta esplicita del cliente, agendo senza colloudere con tale dinamica.
Il “non colludere” rivela infatti questioni di fondo, spesso nascoste dietro pretesti come “non so cosa fare, me lo dica lei” o “ho un problema d’ansia, mi guarisca”, che ostacolano una reale esplorazione del problema.
Per non colludere è indispensabile che il professionista sviluppi una profonda consapevolezza sulle proprie reazioni emotive e comportamentali nei contesti, special modo il setting psicologico. La riflessione su di sé si rivela uno strumento fondamentale, evitando per esempio di compiacere il cliente o, peggio, il proprio ego salvifico, per non alimentare la spirale disfunzionale di una collusione autoalimentante.
Bibliografia
- R. Carli, R.M. Paniccia, Analisi della domanda, Il Mulino, 2003
- R. Carli, Casi Clinici, il Mulino, 2009
La Prescrizione del Sintomo
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Il concetto di “prescrivere il sintomo” appartiene principalmente all’ambito della terapia breve strategica, un approccio terapeutico che trova le sue radici sulla Pragmatica della Comunicazione Umana di Paul Watzlawick, sviluppata da Giorgio Nardone. Questa tecnica si basa sull’idea che il sintomo, cioè il comportamento problematico manifestato dal paziente, possa essere utilizzato come parte del processo terapeutico stesso.
Cos’è la prescrizione del sintomo?
La prescrizione del sintomo è una strategia in cui il terapeuta invita il paziente a intensificare o ripetere il comportamento sintomatico. Questo processo è spesso portato avanti in modo paradossale; cioè, si offre al paziente l’opportunità di “controllare” il proprio sintomo.
L’obiettivo non è che il paziente continui a vivere la sua difficoltà, ma piuttosto aiutarlo a prendere coscienza del sintomo stesso, modificando la sua relazione con esso. Questa strategia può portare il paziente a esplorare le dinamiche sottostanti e a trovare nuove soluzioni.
Quando il paziente è invitato paradossalmente a “prescrivere” il sintomo, si rompe la resistenza. Questo approccio mira a far sì che il paziente assuma un atteggiamento di sfida verso il proprio problema, contribuendo a un cambiamento spontaneo nella sua condizione.
La prescrizione del sintomo è un approccio innovativo e paradossale che mira a trasformare la relazione del paziente con il proprio sintomo, promuovendo così il cambiamento e la risoluzione delle problematiche psicologiche. Questo metodo può essere particolarmente utile in situazioni dove le strategie tradizionali possono risultare inefficaci o dove è necessario stimolare una riflessione profonda e creativa nel paziente.
Bibliografia
- P. Watzlawick, Pragmatica delal Comunicazione Umana, Astrolabio, 1971