Per comprendere i paradossi familiari è fondamentale il concetto di “doppio vincolo“, che si basa sull’interazione di due livelli nella comunicazione: il livello logico, legato alla razionalità, e il livello analogico, connesso alla gestualità, al corpo e alle tonalità vocali. Quando questi due livelli si contraddicono, si genera una situazione paradossale in cui chi riceve il messaggio si sente confuso e indeciso su a quale livello attribuire valore (Bateson, 1972).
Un semplice esempio può essere una madre che dice al figlio: “Esci pure e vai a divertirti! Rimango volentieri da sola”, mentre manifesta con il volto, il tono della voce e i gesti sofferenza, o astio, o un senso di vuoto indecifrabile.
Le punteggiature comunicative, come in esempio, non esistono in modo isolato: ogni membro della famiglia influisce sugli altri ed è da essi influenzato. Questo principio si basa sul terzo assioma della comunicazione umana (Watzlawick, 1971), che evidenzia la punteggiatura delle interazioni: non esiste un “motore immobile” all’origine di tutti i comportamenti e non è possibile studiare un comportamento in modo isolato.
Una punteggiatura comunicativa fa parte di una relazione, ed il doppio vincolo nelle relazioni emerge, ad esempio in un partner che non vuole abbandonare un atteggiamento di presunzione, sperando di essere l’unico legittimato a controllare la relazione. Può per esempio affermare: “Hai ragione tu”, comunicando al contempo svalutazione.
I membri di famiglie paradossali possono addirittura auto-squalificarsi o qualificarsi come “non esistenti”, giungendo ad una vittoria costruita sulla propria squalificazione rispetto alla relazione, prima che gli altri lo facciano (Selvini Palazzoli, 1975). Ad esempio, non rispondere alle domande, o rispondere alla domanda: “Cosa vuoi per cena?” squalificandosi o manifestando assenza (sovrappensiero).
In questa maniera il comunicante, ma tutti i membri di famiglie paradossali, tenta disperatamente di controllare la famiglia e le sue relazioni, assumendosi quindi l’onere e la responsabilità sacrificale della condizione di un sistema (la famiglia) che, invece, lo sta manipolando ed inghiottendo.
Nelle famiglie, le relazioni servono a mantenere le regole stabilite, contribuendo all’equilibrio (omeostasi) nella famiglia. Perciò nessuno deve essere ritenuto colpevole o responsabile nelle famiglie paradossali: la patologia è nel sistema.
Spesso attraverso sintomi di patologie come la depressione, la schizofrenia, o disturbi alimentari, si può manifestare un disperato bisogno di controllo della famiglia comunicando: “Che peccato! Volevo tanto che mi aiutaste, ma neanche stavolta ce l’avete fatta. Ma forse, se ci ritentate…”. Anche lo psicologo è coinvolto in queste dinamiche, se non attua un’attenta analisi della domanda (Carli, 2003).
Ad esempio, se il terapeuta ingenuamente consiglia ai genitori di non opprimere un ragazzo coinvolto in crisi adolescenziali, tentando di valorizzarlo nel suo comportamento, i genitori possono squalificare il terapeuta o il ragazzo, e il ragazzo rischia di deprimersi ancor più perché sente di non riuscire a farcela.
La soluzione sta nell’affermare, durante la terapia, che il paziente designato (Minuchin, 1976) non è vittima di nessuno, ma ha spontaneamente, e senza che nessuno glielo abbia chiesto, accettato il generoso incarico di sacrificare sé stesso per aiutare tutti, in ciò che sono i presunti bisogni del sistema familiare nel mantenimento del suo equilibrio.
Bibliografia:
G. Bateson, Verso un’ecologia della mente, Adelphi, 1972;
P. Watzlawick, Pragmatica della Comunicazione Umana, Astrolabio, 1971;
M. Selvini Palazzoli, Paradosso e Controparadosso, Astrolabio, 1975;
S. Minuchin, Famiglie e terapia della Famiglia, Astrolabio, 1976;
R. Carli, R.M. Paniccia, Analisi della Domanda, Il Mulino, 2003.