La fragilità dei professori

L’insegnante fragile continua a spiegare, a interrogare. Ciò che provoca è però paura, noia, talvolta odio. L’insegnante fragile è già frantumato nel cuore degli studenti. Ma non lo sa.

Un ragazzo va male a scuola, si sente triste e sta affrontando un periodo molto negativo. Alcuni appaiono tristi, ma non moltissimi, perché molti di loro non lo manifestano. Sembra tutto ok per loro: buona condotta e prendono buoni voti. 

Ma i ragazzi di oggi non sono come eravamo noi. Affrontano situazioni, come quella digitale, di grande solitudine. Non si capisce neanche più come si relazionano fra di loro. Pubblicano, scrivono, videochiamano. Vivono di post. Cosa fare? Niente. Barra dritta.

Eppure, quello che un “prof” potrebbe generare è il passaggio dalla tristezza, abbandono e solitudine alla felicità e gratitudine. Alcuni di noi hanno avuto professori eccezionali e lo sanno. Io, per esempio, lo so.

Con le emozioni vale sempre il principio di Antoine-Laurent de Lavoisier: “Nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma”. La solitudine non si genera da sola, ma si crea da qualcosa, come l’ambiente in cui si vive. E il contrario: questi sentimenti non possono essere distrutti ma trasformati. Se qualcosa li ha generati, qualcosa può trasformarli. I professori se ne sentono capaci?

Bisogna stimolare l’inerzia. Le nuove idee (“che senso ha andare a scuola?”), che mettono in discussione il mondo educativo, devono essere viste come stimolanti e attraenti e quindi stimolate e valorizzate. Si tratta di dare competenze, come il linguaggio, il calcolo e la cultura a chi porta nuove idee. Dovremmo saper dare agli ultimi, ai peggiori, le competenze, il linguaggio, il calcolo e la cultura. Questa sembra essere un’idea veramente strana e poco attuale. Lo so che il lavoro del professore non è facile così, ma non a caso si parla di “vocazione”.

Non fa differenza una LIM; la lezione funziona, se funziona l’insegnante.

Tutto gratuito, niente spam!

Unisciti a 50 altri iscritti