In un recente articolo, ho approfondito l’importanza di porre domande piuttosto che esprimere opinioni e fornire consigli. In sintesi, chiedere, sebbene più complesso (richiedendo ascolto ed empatia) è sicuramente un approccio più efficace rispetto al semplice “dire cosa fare”.
Chi cerca aiuto, infatti, desidera imparare a gestire le proprie difficoltà in autonomia, acquisendo gli strumenti necessari per affrontarle. La celebre parabola del pescatore illustra bene questo concetto: “Dai un pesce al pescatore e lo sfamerai per un giorno; insegnagli a pescare e lo sfamerai per tutta la vita”.
In questo articolo, invece, vorrei riflettere maggiormente sulla questione del dare consigli, un’azione che mi ritrovo io stesso a compiere nonostante i miei sforzi di evitarla. Mi sono chiesto perché sia così difficile per me ascoltare e focalizzarmi sui bisogni di chi mi parla, permettendo a queste esigenze di emergere e manifestarsi, senza fermarmi alla prima frase.
La risposta che ho trovato è che, spesso, sento un bisogno quasi istintivo di esprimermi e di far sentire la mia voce prima degli altri. Inconsapevolmente, finisco per anteporre me stesso; quando un interlocutore inizia a parlare, mi trovo immediatamente a pensare a ciò che ho da dire, senza rendermi conto che anche lui ha il diritto di esprimere il proprio punto di vista. In questo modo, ogni scambio di idee si trasforma in una sorta di competizione, in cui si cerca di primeggiare sull’altro.
Quando una persona chiede un consiglio, ci si deve interrogare su quale sia la base di tale consiglio. Troppe volte, frasi come “Se fossi in te, farei…” scivolano via senza una reale consapevolezza della situazione altrui, e senza aver mai vissuto esperienze simili.
Un esempio comune: se qualcuno esprime la propria difficoltà con la dipendenza dal tabacco, c’è il rischio di rispondere con un consiglio inadeguato come “Prova a fumare meno sigarette”. Questo suggerimento, oltre a essere poco utile, può aggravare la situazione, poiché ignora la complessità del problema. Una persona che ha realmente vissuto questa battaglia sarà certamente più in grado di offrire un supporto valido, rispetto a chi non ha mai fumato.
Se non siamo in grado di porre domande e di metterci nei panni degli altri, potrebbe essere utile fare un passo indietro. Ammettere la nostra incapacità di fornire aiuto ci pone sullo stesso piano dell’interlocutore, almeno per quanto riguarda le frustrazioni che entrambi affrontiamo. Questo riconoscimento è importante, perché, come esseri umani e mammiferi evoluti, abbiamo la priorità di condividere le emozioni e di sentirci meno soli nelle nostre esperienze.
Il consiglio può arrivare successivamente. Riflettete: quante volte un consiglio ha realmente risolto i vostri problemi? E quante volte invece vi siete sentiti gratificati e supportati, compresi e sostenuti, nel vostro stato d’animo? La reale connessione e comprensione reciproca possono rivelarsi molto più efficaci rispetto a semplici raccomandazioni.