In un lontano tempo esisteva un’entità chiamata Pan, il demone-capra, simbolo di tutte le emozioni primordiali. Pan rappresentava la gioia incontrollabile, ma anche l’angoscia e l’irrequietezza, anch’esse fuori dal controllo umano.
Gli antichi, quando si avvicinavano troppo ai limiti del suo regno, sentivano un tremore profondo. Era come se, in un attimo, tutte le loro ansie e paure si materializzassero. In quei frangenti, la loro mente si riempiva di pensieri frenetici e il battito del cuore accelerava, come se qualcosa di soverchiante stesse per abbattersi su di loro.
Colti da un’improvvisa paura, tutti si sentivano come paralizzati e terrorizzati. Questa sensazione di essere sopraffatti, di perdere il controllo, diventava un’esperienza travolgente. Le loro menti, intrappolate in questo vortice emotivo, iniziavano a cercare una via di fuga, ma il terrore sembrava più forte della razionalità.
Da Pan abbiamo ereditato la parola “panico”. Pan come un’entità spaventosa, che ci può sprofondare nell’angoscia. La mente, in preda a Pan, perde il suo ancoraggio e il senso di sicurezza, proprio come coloro che si trovano nel mezzo di un incontro imprevisto di notte.
Pan non poteva parlare e non poteva avvicinarsi. Allora chiese ad Ermes di farlo lui al posto suo. Ermes, il messaggero degli Dei, disse perciò agli abitanti del villaggio che dovevano affrontare Pan non con il terrore, ma con curiosità. Anche nel panico c’è una lezione da apprendere: Ermes portò avvertimenti sulle vulnerabilità e le solitudini di Pan, sulle paure appartenti, su ciò che rimane tenuto sempre a distanza.
Come coloro che impararono a convivere con Pan, anche noi possiamo trovare la strada per navigare attraverso le tempeste emotive, scoprendo la forza trasformativa che si cela nelle nostre esperienze più inquietanti. E così possiamo riappropriarci della nostra vita, trasformando il panico in una possibilità di crescita e comprensione.