Esistono parole composte, cioè termini formati da due parole distinte. Se prendo arcobaleno, noto che comprende arco e baleno, oppure ferrovia, composta da ferro e via. In genere, una delle due parole, spesso più concreta, ha un impatto immediato sulla nostra attenzione: arco è più evocativo di baleno, così come ferro ha un peso maggiore rispetto a via, parola che risulta quasi astratta.
Analogamente, nel termine neurosviluppo, il prefisso neuro dà corpo alla parola e ci risuona in modo più forte. Tutti abbiamo un’idea chiara di neuro, pensando al sistema nervoso. Ma la parola che appare più debole (sviluppo), come via in ferrovia o baleno in arcobaleno, non solo è essenziale, ma è come se desse un’anima alla parola. E l’anima va ricercata.
Provo a definire sviluppo come un progresso nel tempo, un movimento di cambiamento tipico delle forme di vita. Nella specie umana, lo sviluppo del sistema nervoso avviene con maggiore intensità tra 0 e 6 anni.
Di conseguenza, il termine disturbo del neurosviluppo indica che lo sviluppo del sistema nervoso di una persona viene disturbato o compromesso, principalmente durante quest’età.
Ben poco è geneticamente determinato nella parola “neurosviluppo”; altrimenti, l’ADHD o la disabilità intellettiva verrebbero considerati come malattie genetiche.
L’ambiente di crescita ha un impatto profondo sullo sviluppo umano, simile a quanto avviene in molti mammiferi. Le famiglie che crescono il bambino possono determinare le sue capacità di attenzione e autoregolazione.
Inoltre, l’interazione positiva con insegnanti e compagni e la qualità delle esperienze educative possono favorire lo sviluppo di abilità di attenzione e autoregolazione o, al contrario, possono danneggiarle.
È importante considerare la famiglia e la scuola come attivi co-creatori del neurosviluppo del bambino, in senso positivo o negativo. La responsabilità non deve essere vista come colpa, ma come un elemento di attenzione, che la parola sviluppo ci chiede di considerare, nascosta dietro la parola neuro.