Dal punto di vista cognitivo, “preoccuparsi troppo” o “pensare troppo” è un’attività mentale ripetitiva e pervasiva i cui contenuti consistono in previsioni e valutazioni solitamente negative: per la propria salute fisica, per la salute delle persone care o per eventi esterni imprevisti.
Potenzialmente qualsiasi cosa può essere pericolosa o qualsiasi evento può andare a finir male. In effetti non è impossibile che domani io mi ammali o che abbia un incidente. Il controllo non è ingiustificato. Chi pensa troppo si prefigura continuamente scenari temuti e continua a ripetere a sè stesso che ogni evento negativo non sia impossibile.
Ci si sente fragili, impotenti, intimoriti, deboli, spaventati e costantemente soggiogati dalla possibilità del futuro. Inoltre anche lo stesso “rimuginio” diventa a sua volta fonte di preoccupazione, poiché non lo si riesce ad abbandonare. Quindi non si ha il controllo sui propri pensieri e si teme di non riuscire a smettere di pensare troppo, perdendo contatto con il qui ed ora.
Paradossalmente, lo stato di quiete è concepito come uno stato di vulnerabilità e di debolezza, talvolta vissuto addirittura con senso di colpa.
Purtoppo chi si preoccupa troppo difficilmente giunge a soluzioni efficaci, anzi contribuisce semplicemente a mantenere viva e amplificata la percezione di minaccia.
In sostanza si entra in una spirale di negatività senza uscita, ci si preoccupa per ogni piccola potenziale forma di pericolo, ci si preoccupa di essere preoccupati e delle conseguenze che questo problema comporta.
In merito alla metacognizione, cioè le consapevolezza delle proprie capacità, si puó pensare che chi si preoccupa troppo sarebbe scarso in pianificazione, monitoraggio o valutazione. In pratica, pianifica male, monitora male o valuta male.
La pianificazione è la capacità di selezionare in maniera appropriata le strategie che vogliamo mettere in campo. Chi pensa troppo non mette in campo le risorse giuste. Se per esempio guido ma sento anche mal di pancia e penso che devo farmi le analisi, che c’entra col fatto che sto guidando?
Il monitoraggio è la consapevolezza che abbiamo dell’apprendimento che si sta verificando. Chi pensa troppo non impara che certi pensieri sono illogici. Se faccio le analisi del cuore e il cuore sta bene, ma perché il problema deve stare da qualche altra parte, forse nel fegato?
La valutazione è la capacità di valutare l’esito di una prestazione e l’efficenza con cui la prestazione è stata eseguita. Una persona può sentirsi incapace e inadeguata a risolvere i problemi che la preoccupano: si valuta quindi spesso male.
Seguendo il pensiero metacognitivo, una possibile strategia sta allora nell’identificare/riconoscere il deficit nel pensiero che ci impedisce lucidità (pianificazione, monitoraggio o valutazione?), potenziare le aree che già funzionano, migliorare il nostro deficit e migliorare quindi le nostre prestazioni. Ció aumenta l’autostima, che agisce da rinforzo e ci motiva al cambiamento.