Se sei qui, è probabile che tuo figlio si stia tagliando. Hai scoperto i tagli che cercava di nascondere, e ti senti confuso e spaventato, temendo per la sua vita. Non farti prendere dal panico, poiché raramente si tratta di un tentativo di suicidio. Tuttavia, è importante affrontare seriamente la questione: il ragazzo sta male e il tagliarsi è la sua manifestazione di dolore.
Il “cutting” è un fenomeno sempre più diffuso tra ragazzi e preadolescenti, che consiste nel ferirsi la pelle con oggetti affilati o altre metodologie, come bruciarsi o grattarsi fino a sanguinare. In Italia, 2 adolescenti su 10 ammettono di avere condotte autolesioniste, spesso già a partire dai 12 anni. Anche se inizialmente non c’è grande differenza tra maschi e femmine, tra i 14 e i 19 anni il 67% è composto da ragazze.
Le conseguenze del tagliarsi includono ferite profonde, cicatrici, infezioni e danni ai nervi, con il rischio di un ripetersi del comportamento. Chi si taglia tende a nascondere le ferite, lasciando i genitori all’oscuro. Quando questi scoprono la situazione, si trovano disorientati e spaventati, poiché temono un tentativo di suicidio.
Il tagliarsi è spesso accompagnato da uso di sostanze o disturbi alimentari e può derivare da profonde ansie. I ragazzi a volte mascherano il loro dolore per proteggere i genitori, che potrebbero sminuire le loro preoccupazioni, non rendendosi conto del profondo disagio che provano. È fondamentale non farlo. Ciò che sembra dannoso dall’esterno può rappresentare per loro un modo per alleviare il dolore, in un paradosso in cui il sintomo diventa una forma di cura.
I comportamenti autolesivi esprimono la difficoltà dei ragazzi nella regolazione delle emozioni. Non sono provocazioni né strategie manipolative, ma azioni impulsive volte a gestire stati interni. L’adolescenza è un periodo complesso: il risveglio pulsionale, le tempeste ormonali e i cambiamenti fisici creano un contesto spesso stressante e traumatico. Il corpo, in trasformazione continua, genera preoccupazione.
Attraverso il tagliarsi, i ragazzi cercano di affrontare una sofferenza che non possono esprimere verbalmente. Colpendo il proprio corpo, recuperano un certo controllo sulle emozioni, mentre il dolore fisico diventa un modo per ricompattare la loro identità, frammentata dai cambiamenti. Questa condotta offre una temporanea sensazione di rilassamento, che porta alla “coazione a ripetere”: un ciclo in cui l’azione diventa compulsiva, percepita come gratificante.
I genitori spesso si sentono inadeguati e distanti dai figli, rimanendo confusi. Anche se il loro istinto è quello di avvicinarsi con una cura protettiva, è fondamentale che riflettano sui propri comportamenti e sulle scelte da fare. Non devono minimizzare il problema (“passerà”), ma affrontarlo con serietà, senza trascurare le proprie preoccupazioni.
Detto ciò, è fondamentale dialogare piuttosto che intervenire in modo invasivo. Controllare i comportamenti dei ragazzi, chiedere quante volte si sono tagliati o agire come investigatori, non farà altro che aumentare la loro oppressione. Al contrario, un dialogo aperto permette di mostrare la propria presenza e comprensione rispetto alle loro preoccupazioni.
Evita l’autocommiserazione, poiché i ragazzi percepiranno il tuo dolore e si sentiranno ancora più colpevoli e disorientati. Hanno bisogno di sentirsi supportati e che tu sia attento al loro disagio, pronto ad aiutarli a affrontare i problemi in modo più funzionale al loro benessere. La guida deve provenire da te, senza delusioni o rabbia, per alleggerire il loro senso di colpa. Ricorda che il tagliarsi è sia un sintomo che una difesa dal dolore.
I genitori devono riflettere sulle proprie modalità relazionali e adattarle per migliorare la connessione col figlio. Solo insieme si può trovare una via d’uscita. Comprendere il problema del figlio permette di apprendere strategie efficaci, poiché il tagliarsi è un segno di disagio psicologico che richiede attenzione.
Quando l’ansia è eccessiva, si può fare ricorso a farmaci, ma è cruciale che ci sia anche l’intervento di uno psicologo. Questo aiuta sia il ragazzo che la famiglia a scoprire una via d’uscita. La famiglia deve far parte della soluzione; se il figlio vede solo il lato negativo della sua vita, i genitori devono mostrargli anche gli aspetti positivi.
È essenziale cercare aiuto e agire per affrontare il problema. Procrastinare potrebbe aggravare la situazione, mentre affrontare la questione porterà a una risoluzione e a una riparazione delle relazioni. La cosa più importante è fare il primo passo.